Buttare giù i muri

Pubblicato il 13 novembre 2025 alle ore 11:56

 

Buttare giù i muri: educare a pensieri grandi

 

Viviamo in un tempo in cui lo spazio interiore dei giovani si è fatto piccolo, stretto, come una stanza in cui l’aria manca e i pensieri non riescono più a respirare. Li osserviamo immersi in un mondo che corre veloce, travolti da stimoli continui, informazioni che si accumulano come sabbia fra le dita, ma che non sedimentano mai. E allora ci chiediamo: dove sono finite la curiosità, la sete di sapere, il desiderio di comprendere il mondo e di trasformarlo? Il problema non è l’intelligenza, né la capacità di apprendere: i giovani di oggi sono lucidi, sensibili, potenzialmente geniali. Il problema è che dentro di loro non si è formato uno spazio abbastanza grande per contenere idee grandi.

Quando si prova a parlare di libertà, di rispetto, di amore, di cittadinanza o di inclusione, spesso queste parole rimbalzano come su un muro, non trovano un luogo dove poggiare, non riescono a mettere radici. È come voler parcheggiare un grande SUV in un garage dove entra appena una bicicletta , non è cattiva volontà, è che lo spazio non c’è. Allora, prima di insegnare i grandi temi, dobbiamo tornare a insegnare a creare spazio dentro di sé.

Perché educare, nel senso più profondo del termine, non significa riempire menti vuote, ma dilatare menti chiuse. Significa aprire finestre, buttare giù i muri, costruire dentro ogni giovane un luogo dove la conoscenza possa respirare, dove le idee possano camminare senza inciampare nella paura o nell’indifferenza.

 

Lo spazio interiore come condizione della conoscenza

 

            C’è una frase di Hannah Arendt che andrebbe appesa in ogni aula: “L’educazione è il punto in cui decidiamo se amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità.”

 

    Amare il mondo significa imparare ad abitarlo dentro di sé. Lo spazio interiore è la condizione per accogliere ciò che è altro da noi, per lasciare entrare la complessità della realtà. Ma quando questo spazio manca, quando la mente si abitua solo a consumare nozioni e non a elaborarle, si atrofizza, diventa incapace di dialogo, di dubbio, di critica. I giovani di oggi non sono stupidi, tutt’altro. Sono sovraccarichi, continuamente esposti a input, ma privi di silenzio e… senza silenzio, nessuna idea cresce. Abbiamo creato una scuola che parla troppo e ascolta poco, che misura ma non coltiva, che trasmette ma non trasforma.

Così, dentro le nuove generazioni, lo spazio del pensiero si è ristretto fino a diventare un piccolo corridoio, dove passano solo le urgenze: la performance, il voto, il like. È per questo che delegano tutto: a Internet, all’intelligenza artificiale, al flusso incessante delle risposte pronte. Non perché non vogliano pensare, ma perché non sanno più come farloNon hanno più la dimestichezza con l’attesa, con la fatica del ragionare, con la gioia che nasce dall’aver trovato da sé una risposta; hanno perso, forse senza accorgersene, il desiderioIl desiderio, lo sappiamo, è la linfa di ogni conoscenza, è quella spinta misteriosa che muove l’essere umano a chiedersi “perché”, a cercare, a non accontentarsi. È ciò che Socrate chiamava thaumazein, lo stupore: l’origine stessa della filosofia.
Quando scompare lo stupore, scompare anche la cultura, perché la cultura nasce dal desiderio di comprendere, non dal bisogno di apparire colti.

 

Il compito dell’educatore: spalancare lo spazio

 

Ecco allora che il ruolo dell’educatore, del docente, del genitore diventa cruciale. Il loro compito non è solo trasmettere contenuti, ma creare lo spazio in cui quei contenuti possano vivere. È un lavoro invisibile, lento, quasi artigianale, scavare, allargare, permettere che dentro il giovane si formi una casa abbastanza ampia da accogliere il mondo. Un insegnante che apre spazi non è mai solo un professionista, ma un testimone. Con la sua passione, il suo esempio, la sua curiosità viva, dice agli studenti che pensare è ancora un atto innovativo.

In un tempo che spinge all’omologazione e alla superficialità, educare al pensiero critico significa restituire ai ragazzi la libertà di essere sé stessi, educare non è ammaestrare, è rendere capaci di scegliere. Scegliere presuppone uno spazio interiore in cui confrontare le alternative, immaginare le conseguenze, misurare la propria responsabilità. Senza questo spazio, la libertà diventa una parola vuota, un’etichetta da esibire, forse dovremmo tornare a considerare la scuola non come un luogo di addestramento, ma come un laboratorio dell’anima. Un luogo dove si sperimenta la lentezza, il dubbio, il confronto, la profondità, dove la domanda è più importante della risposta, dove si coltiva il coraggio di dire “non so, ma voglio capire”.

 

Cultura e condivisione: il sapere che libera

 

In questo processo, occorre distinguere la cultura dall’erudizione. L’erudizione è accumulo, è chiudersi dentro una torre d’avorio, è collezionare nozioni come trofei da esibire. La cultura, invece, è condivisione: è mettere il sapere in circolo, come una fiamma che accende altre fiamme. Chi è colto davvero non si isola, ma dona, non costruisce barriere, ma ponti. È consapevole che la conoscenza non appartiene a chi la possiede, ma a chi la trasmette. La scuola, se vuole tornare a essere viva, deve riscoprire questa verità antica: insegnare è un atto di amore. Amore per il sapere, per l’altro, per il futuro.

Quando un docente accende negli occhi di un ragazzo la scintilla della curiosità, sta compiendo il gesto più forte che esista: sta generando libertà. Eppure, nel nostro tempo, chi ancora crede in questa missione viene spesso frainteso, perfino osteggiato. Viviamo in una società che celebra la produttività, non la profondità, l’efficienza e mai la riflessione. Chi cerca di aprire nuovi orizzonti viene talvolta percepito come scomodo, come un disturbatore.

Ma la storia ci insegna che è proprio dai disturbatori che nasce il progresso. Socrate fu condannato a morte perché “corrompeva la mente dei giovani”, e cosa faceva, in realtà? Li spingeva a pensare, a dubitare, a cercare la verità dentro se stessi. Insegnava loro a costruire spazi più grandi, capaci di contenere idee più ampie. Oggi come allora, chi educa al pensiero critico rischia di essere considerato un sovversivo, ma è solo attraverso questa ribellione del pensiero che una società può evolversi. Perché una scuola che non genera libertà genera obbedienza e una società di obbedienti è una società che rinuncia alla propria anima.

 

La crisi del desiderio e la fine della curiosità

 

Viviamo, paradossalmente, nell’epoca in cui tutto è accessibile e nulla è compreso. Un clic ci separa da qualsiasi informazione, ma proprio per questo abbiamo smesso di cercarla, la conoscenza non è più un viaggio, ma un archivio e in questo luogo, non si cresce, si consulta e basta. Il rischio più grande non è l’ignoranza, ma l’apatia del pensiero, quando il sapere è immediato, il desiderio si spegne. Perché il desiderio nasce dalla mancanza, dal vuoto, dal bisogno di scoprire, se tutto è già dato, nulla è più desiderabile. I nostri giovani non hanno perso l’intelligenza, ma questo  vuoto.

Quel vuoto, per quanto possa spaventare, è il motore dell’apprendimento, dobbiamo restituire loro la possibilità di non sapere, di meravigliarsi, di sbagliare, di dubitare. Solo così potranno tornare a desiderare la conoscenza. Il compito della scuola è allora duplice: disinnescare la paura del vuoto e riaccendere il piacere della scoperta. Significa insegnare che la conoscenza non è mai possesso, ma relazione, che il sapere non serve per dominare, ma per comprendere e che comprendere non è ridurre, ma abbracciare la complessità del reale.

 

Buttare giù i muri

 

Tornando alla metafora iniziale, la scuola oggi deve imparare a fare ciò che gli architetti chiamano “demolizione strutturale”: buttare giù i muri che impediscono alla luce di entrare, muri di pregiudizio, di rigidità, di burocrazia, di paura. Ogni docente, ogni genitore, ogni adulto che crede nell’educazione deve farsi architetto di spazi interiori. Bisogna insegnare ai ragazzi a stare dentro se stessi senza fuggire, a costruire un luogo mentale in cui le idee non si urtino, ma dialoghino.

A comprendere che la conoscenza non è un peso, ma una forma di libertà, solo allora potremo parlare davvero di educazione, e non di addestramento e per riuscirci, dobbiamo tornare a credere nel valore del tempo. Il tempo dell’ascolto, della riflessione, dell’approfondimento, non esistono scorciatoie nella formazione umana. Ogni processo educativo è un cammino che richiede dedizione, fiducia e lentezza. Come scriveva Italo Calvino, “la leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, senza macigni sul cuore”. Ecco, la scuola deve insegnare ai ragazzi a planare sulle cose, non a schiacciarsi sotto di esse.

 

Ritornare al senso originario dell’educare

 

La parola educare viene dal latino e-ducere: “tirare fuori”, non “mettere dentro”, ma liberare ciò che è già presente. Ogni giovane porta in sé un potenziale, un seme di intelligenza e sensibilità che attende solo di essere riconosciuto, l’educatore non deve plasmare, ma risvegliare, non deve imporre, ma accompagnare, quando lo spazio interiore si apre, la mente diventa fertile. E allora le idee grandi , libertà, giustizia, amore, rispetto , non sono più parole astratte, ma esperienze vissute, si radicano nel profondo e generano scelte. Una scuola che riesce in questo compito non produce semplicemente studenti competenti, ma persone consapevoli.

 

Conclusione: ricostruire il futuro dall’interno

 

Se oggi vogliamo davvero cambiare la scuola, dobbiamo smettere di cercare soluzioni fuori e cominciare a ricostruire dall’interno. Non per forza con nuove tecnologie, o con nuove tecniche pedagogiche, ma con una rinnovata fiducia nella potenza dell’umano. La cultura non si insegna, si testimonia, la conoscenza non si impone, ma si condivide, il pensiero non si trasmette, si accende, i giovani di oggi hanno bisogno di adulti che credano ancora nella bellezza del pensare, nella dignità del sapere, nella forza della parola. Di adulti che non si rassegnino a una scuola che misura, ma non educa, di maestri che, come Socrate, siano disposti a rischiare pur di far nascere nuove coscienze.

È tempo di buttare giù quei muri, di allargare i confini del possibile, di restituire alla scuola il suo respiro, perché una società che smette di educare al pensiero smette di essere libera e un popolo che non sa più pensare, prima o poi, dimentica anche di sognare.

L’educazione è, e sarà sempre, l’arte più nobile: creare spazio dentro l’uomo per accogliere il mondo, solo quando avremo spazio abbastanza grande dentro di noi, potremo tornare a parlare di libertà, di amore, di cittadinanza , non come concetti, ma come verità vissute. Tutto il resto, senza questo spazio, è solo rumore.

 


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