Dilemmi morali pronti all’uso per discussioni in classe (Kohlberg-style)

Pubblicato il 7 novembre 2025 alle ore 08:11

Quando entro in un’aula per parlare di etica, una delle prime cose che cerco di fare è portare la discussione fuori dai confini della teoria. L’etica, se resta solo nei libri, perde la sua voce. Per questo amo lavorare con i dilemmi morali: situazioni concrete, spesso quotidiane, in cui non esiste una risposta unica o comoda, ma in cui si è costretti a pensare, a scegliere, a prendere posizione. I dilemmi ci mettono davanti a uno specchio, perché ci costringono a confrontarci con noi stessi, con le nostre contraddizioni e con le nostre paure.

         Nei miei studi e nei laboratori che ho condotto in molte scuole, ho sempre cercato di proporre i dilemmi come occasioni di scoperta, non come giudizi morali. Non esistono soluzioni giuste o sbagliate in senso assoluto, ciò che conta è il processo di riflessione che nasce dal confronto. Il vero obiettivo non è dare una risposta, ma imparare a ragionare moralmente. È qui che il pensiero di Lawrence Kohlberg, che tanto ha influenzato la pedagogia moderna, trova la sua applicazione più viva.

         Kohlberg sosteneva che lo sviluppo morale non è innato, ma si costruisce gradualmente attraverso stadi di crescita. Ogni individuo, secondo lui, attraversa livelli di comprensione del bene che vanno dal rispetto delle regole per paura della punizione, fino alla capacità di agire per principi universali di giustizia. La scuola, in questa prospettiva, diventa un terreno fertile per accompagnare i ragazzi in questo cammino, non attraverso lezioni frontali, ma attraverso esperienze di dialogo, riflessione e confronto.

         I dilemmi morali che propongo non sono mai lontani dalla realtà dei ragazzi. Devono toccarli, provocarli, spingerli a sentire la posta in gioco. Devono nascere dal mondo in cui vivono: l’amicizia, la lealtà, la giustizia, il rispetto, la libertà. In questo modo, la morale smette di essere un argomento “serio” riservato agli adulti e diventa qualcosa di vivo, che appartiene a loro, alla loro età, alle loro scelte quotidiane.

         Di seguito propongo alcuni esempi di dilemmi che ho utilizzato nei miei laboratori con ottimi risultati, adattati alle diverse età e contesti scolastici. Ogni insegnante può riprenderli, modificarli, arricchirli. Non sono modelli rigidi, ma strumenti per stimolare la riflessione collettiva, per aprire un dialogo etico dentro la classe.

Dilemma 1  “L’amico e la verità” (scuola media)

 

         Un ragazzo di tredici anni scopre che il suo migliore amico ha copiato durante un compito in classe. Nessuno se ne è accorto, ma il ragazzo sa che il compito sarà valutato anche per un premio scolastico molto importante. L’insegnante lo considera un modello per gli altri, e questo lo fa sentire in colpa. Tornato a casa, si chiede cosa fare: dire la verità o tacere per proteggere l’amicizia?

 

Domande di riflessione:

  • È più importante dire la verità o essere leali verso un amico?
  • Il silenzio, in questo caso, è una forma di complicità o di rispetto?
  • Come cambia la decisione se si pensa alle conseguenze per l’amico o per la classe?

         Questo è uno dei dilemmi più semplici ma anche più efficaci. In genere, divide la classe in due: chi pensa che dire la verità sia un dovere morale assoluto, e chi ritiene che l’amicizia venga prima di tutto. In realtà, nessuna delle due posizioni è sbagliata, ma ciò che conta è il percorso di ragionamento. Durante il confronto, i ragazzi scoprono che le azioni morali non sono mai isolate: ogni scelta implica un intreccio di valori. L’obiettivo dell’insegnante è far emergere questa complessità, aiutando ciascuno a riconoscere la propria posizione e ad argomentarla.

 

Dilemma 2  “La regola e l’eccezione” (scuola superiore)

 

         Un insegnante sa che uno studente, di solito molto serio, ha consegnato un compito copiato da internet. La regola scolastica prevede un voto zero. Tuttavia, il professore sa anche che il ragazzo sta attraversando un momento difficile: i genitori si stanno separando e lui è completamente disorientato. Deve applicare la regola o fare un’eccezione?

 

Domande di riflessione:

  • Le regole devono essere uguali per tutti, anche quando la situazione è diversa?
  • Cosa significa essere giusti in un caso come questo?
  • L’empatia può diventare una forma di ingiustizia?

         Questo dilemma permette di discutere sul rapporto tra giustizia e misericordia, tra legge e comprensione. I ragazzi scoprono che la morale non è mai solo rigore o solo sentimento: è equilibrio. Spesso qualcuno dice che la regola va rispettata “perché se no è caos”, altri rispondono che “la vita non è una formula”. Ed è proprio in questo scambio che si forma il pensiero etico: nel tentativo di conciliare il principio con la persona.

 

Dilemma 3  “Il gruppo e il coraggio” (scuola media e superiore)

 

         Un gruppo di ragazzi prende in giro un compagno più timido. Un altro studente assiste alla scena: potrebbe intervenire, ma teme di essere preso di mira a sua volta. Decide di restare in silenzio. La sera, ripensando all’accaduto, si sente in colpa.

Domande di riflessione:

  • È più grave fare del male o non impedirlo?
  • Il coraggio morale è un dovere o una scelta personale?
  • Come si può reagire senza diventare vittime a propria volta?

         Questo dilemma, semplice ma potentissimo, tocca il tema della responsabilità verso l’altro. I ragazzi imparano che non basta non fare il male: serve anche il coraggio di opporvisi. Durante i laboratori, spesso emergono testimonianze personali, racconti di episodi realmente vissuti. È in quei momenti che la classe diventa davvero una comunità etica, dove ciascuno si riconosce nell’altro e impara che la giustizia comincia dal quotidiano.

 

Dilemma 4 “L’aiuto impossibile” (scuola primaria)

 

         Una bambina trova per terra la merenda di un compagno caduta nel fango. Lui è triste, ma lei ha solo una merenda e non può dividerla. Cosa deve fare?

Domande di riflessione:

  • È giusto condividere sempre, anche quando non si può?
  • Si può aiutare qualcuno in altri modi, oltre a dare qualcosa?
  • Come ci si sente quando si fa una scelta difficile?

         Anche i più piccoli, con la loro spontaneità, riescono a entrare nel cuore della questione morale. Non serve usare parole grandi: basta aiutarli a riconoscere i sentimenti che accompagnano le scelte. In queste conversazioni, il linguaggio del cuore precede quello della ragione, eppure è già morale nel senso più autentico: è l’intuizione del bene che nasce dal desiderio di fare ciò che è giusto.

 

Dilemma 5 “Il segreto e la fiducia” (scuola superiore)

 

         Una ragazza confida a una compagna un segreto molto grave: le ha detto di voler scappare di casa per problemi familiari. L’amica promette di non dirlo a nessuno, ma dopo qualche giorno inizia a preoccuparsi davvero. Rompere la promessa o rispettarla?

Domande di riflessione:

  • La lealtà può entrare in conflitto con la responsabilità?
  • Quando il silenzio diventa complicità?
  • Che cosa significa essere un amico vero in situazioni difficili?

         Questo tipo di dilemmi avvicina i giovani alla realtà più concreta del vivere. Le loro risposte mostrano spesso una sorprendente maturità, ma anche la paura di esporsi, di “fare la cosa giusta” senza sentirsi traditori. Discutere insieme permette di comprendere che la moralità non è rigidità, ma discernimento: saper valutare caso per caso, con equilibrio e compassione.

 

Dilemma 6 “Il bene comune” (scuola superiore)

 

         Durante una gita scolastica, alcuni studenti trovano dei rifiuti abbandonati in un parco. Qualcuno propone di ignorarli perché “non sono affari nostri”, altri vogliono pulire. Alla fine, si crea una discussione: è giusto agire anche quando nessuno ti obbliga?

Domande di riflessione:

  • Il bene comune è responsabilità di tutti o solo delle istituzioni?
  • Perché spesso ci sentiamo spettatori invece che protagonisti?
  • Fare qualcosa di giusto anche quando nessuno ti guarda, è ancora più importante?

         Questo dilemma, apparentemente semplice, introduce il tema della responsabilità civica, uno dei punti centrali del mio approccio. L’educazione morale non può limitarsi alla dimensione individuale: deve formare cittadini capaci di pensare al bene comune. Quando un ragazzo capisce che il suo gesto ha valore anche se non viene visto, ha già raggiunto un livello alto di maturità etica.

 

         L’utilizzo dei dilemmi morali a scuola non è solo un esercizio intellettuale. È una pratica di democrazia interiore. In classe, ogni volta che si discute insieme di un caso, si impara ad ascoltare, ad argomentare, a rispettare le differenze. Non si tratta di convincere, ma di comprendere. E in questo processo, insegnanti e studenti crescono insieme.

         L’insegnante, in questo contesto, diventa un moderatore, non un giudice. Non deve imporre la propria opinione, ma facilitare il dialogo, aiutare i ragazzi a esplorare le loro motivazioni, a scoprire le conseguenze delle proprie scelte. Questo tipo di approccio sviluppa in loro non solo il senso morale, ma anche la capacità critica, l’empatia, il pensiero complesso.

         È importante che ogni discussione si concluda con un momento di riflessione collettiva. Gli studenti possono scrivere una breve sintesi personale o discutere in gruppo su cosa hanno imparato da quella situazione. Il valore non sta nella conclusione, ma nel percorso. È proprio in quel cammino di parole, silenzi, accordi e disaccordi che si costruisce la coscienza morale.

         Nel corso degli anni ho potuto osservare come questo metodo trasformi davvero il clima della classe. Ragazzi spesso chiusi o apatici si aprono, trovano parole per esprimere emozioni che non sapevano di avere. Gli insegnanti riscoprono il gusto del dialogo autentico, quello che non parte da una risposta, ma da una domanda. È lì che la scuola torna a essere comunità: quando si impara a pensare insieme, non a pensare allo stesso modo.

         Kohlberg ci ha lasciato un modello, ma ogni scuola deve saperlo reinterpretare. Non è necessario seguire schemi rigidi, l’importante è mantenere vivo lo spirito del dialogo morale, quello che invita a riflettere sulle ragioni del bene. In fondo, ogni dilemma è una piccola palestra di libertà, un’occasione per allenarsi al pensiero etico e alla responsabilità.

         In un tempo in cui molti giovani sembrano disorientati, immersi in un mondo veloce e frammentato, questi momenti di confronto diventano ancora più preziosi. Aiutano a rallentare, a pensare, a dare nome a ciò che si sente. Offrono un luogo di parola e di silenzio, dove il giudizio si trasforma in comprensione.

         Ogni insegnante che sceglie di proporre un dilemma morale compie, in fondo, un atto di fiducia. Crede che i suoi studenti siano capaci di riflettere, di scegliere, di ascoltare. E questa fiducia, spesso, è la prima vera lezione morale che la scuola può offrire.

         Alla fine, non importa se la classe giunge a un accordo o se resta divisa: ciò che conta è che, per un’ora, tutti abbiano imparato a pensare il bene non come un obbligo, ma come una ricerca. È in quella ricerca, paziente e appassionata, che nasce la vera educazione etica.

 

 

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